Vitae

La prima pagina web l’ho pubblicata quando ero al terzo anno delle scuole superiori. Ora sarebbe anomalo il contrario, ma all’epoca avere un collegamento internet prevedeva la sottoscrizione di un canone come quello telefonico oltre la tariffa a tempo. Solo qualche mese dopo Soru offrì l’accesso gratuito a internet. Non sapevo cos’era l’HTML, conoscevo embrioni di Pascal e Cobol ma zero PHP. Usavo Frontpage e iniziai a pensare che pubblicare cose online fosse un gioco bellissimo. Lo penso ancora.

Da allora ho passato esperienze esoteriche con Internet Explorer 6, ho risolto problemi indecifrabili con un file gif da 1×1 pixel, ho sfiorato Netscape, ho conosciuto bella gente su IRC, ne ho conosciuta di brutta, ho penato col 56k, ho goduto e dimenticato Mozilla Firebird, ho subito e tollerato e infine odiato blink e marquee. Ho vissuto, insomma, intensamente e in maniera più o meno partecipata tutto quello che ha attraversato il web ed ha definito lo sviluppo del web prima di arrivare ad oggi, tempo di smartphone, smartwatch, smartglass e tutto ciò che abbiamo saputo identificare come smart.

Ho studiato informatica fino alla laurea, oltre la nausea. Studio ancora ma con appetito. Ho lavorato come programmatore dipendente, come sviluppatore indipendente, come socio di una realtà nata acerba, come socio di un’altra vissuta marcia. Ho elaborato centinaia di preventivi e vergato decine di contratti, ho realizzato frotte di siti web e manciate di applicazioni. Ho disegnato, progettato, proposto, ideato, concluso, desiderato e lasciato a metà.

Tutto fino ad oggi, dicevo. Che oggi sono successe due cose, una bella e l’altra pure.

La prima cosa bella è che ho riallacciato rapporti lavorativi con un vecchio amico, partner di tempi inveterati col quale online ne abbiamo fatte. La seconda è che con questo amico abbiamo stretto una nuova collaborazione e da qualche giorno sono responsabile per la Crearts di progetti web e reparto tecnico. Pago della fiducia, soddisfatto del ruolo, felice di dare il mio contributo, lieto di partecipare e sostenere, ricambio a Vittorio credito, ottimismo e stima.

Semineremo cose notevoli.

L’autorevolezza dei titoli

Un insegnante in Informatica di una scuola superiore italiana, un buon amico, un uomo stimabile e interessato all’istruzione, un (ipotizzo) bravo docente ed un ragazzo impegnato, tra master e abilitazioni, ad arricchire annualmente il proprio curriculum vitae con specializzazioni di vario tipo, qualche settimana fa mi ha detto:

… i titoli, sono i titoli che contano: tu hai molte skills ma senza titoli non sei nessuno.

Mi ha suggerito di arricchire le mie competenze con una specialistica1 online, di approfondire con qualche master e di frequentare un corso di abilitazione all’insegnamento, magari in Spagna dove (ehm…) si studia meno e in fondo il titolo vale uguale che da noi.

In realtà non ha detto skills, nemmeno competenze: ha detto «sai fare un sacco di fatti».

Io gli voglio bene. Tutto sommato seguirei il suo consiglio se sul suo sito da docente non ci fosse un boxino per le barzellette, il widget del meteo ed il link a questo tool per la generazione di loghi.

So già quindi, peccato!, che non riuscirò a dargli soddisfazione e che sarò costretto a continuare ad investire il mio tempo su clienti, rischi, manuali, blog e pratica. Coi titoli resto a uno.


  1. il mio percorso didattico ho voluto troncarlo con la triennale in Informatica. 

Il futuro del web, più o meno

Il libro di Rudy Bandiera, Rischi e opportunità del web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono, edito Dario Flaccovio, è stato il primo libro letto a tema internet dei tre che mi sono ripromesso di leggere non avendo mai letto nessun libro su internet.

Disclaimer. Non sono abituato a scrivere recensioni, probabilmente non ne sono nemmeno capace, e questa effettivamente non è una recensione quindi il disclaimer potrebbe finire qui. Mi rendo conto però che in alcuni punti potrei essere brutale, quindi voglio specificare che cercherò di riportare brevemente le sensazioni che le varie parti del libro mi hanno provocato, anche se dovessi risultare detestabile. Mi spiace, generalmente non lo sono, ma se scriverò tedioso (e lo scriverò) è perché veramente mi ha smontato le scatole, se scriverò stimolante (e scriverò anche questo) è che realmente mi ha stimolato ed interessato. Tutto qui.

Rischi e opportunità è un percorso presumibile da quello che attualmente conosciamo come web 2.0, ovvero l’internet che usiamo tutti i giorni tra PC, smartphone e cose che si connettono, a quello che con molta probabilità verrà definito web 3.0, ovvero l’evoluzione delle attuali tecnologie legate alla rete accoppiata al concretizzarsi di tutte quelle tecniche, consuetudini e regole morali che si stanno consolidando tra abitudini e ricerca. È un libro per tutti, sia per nerd che per appassionati ed interessati ad internet, allo stato attuale della rete ed al suo ipotizzabile futuro. È un libro anche per gli altri, anche per chi cioè di internet non sa proprio niente e ci vuole capire qualcosa, come le aziende e le tecnologie che ne stanno firmando gli esiti. È un libro che, in sintesi, mi sento di consigliare, seppur con dei limiti che mi preme sottolineare.

L’essere “per tutti”, a mio avviso, ne crea un po’ un limite: la prima parte del libro, dove si raccontano i fatti della rete e delle aziende più importanti che ci operano, è tediosa per chi di questi fatti ne legge quotidianamente. Ma mi ripeto ancora: il libro è per tutti. Io sono un utente un po’ più smaliziato — diciamo così — e di conseguenza qualcuno meno esperto potrebbe trovare comunque piacevoli le storielle su Google, Apple e compagnia bella, e le spesso banali elucubrazioni di alcuni commentatori esterni: a me non è riuscito. Devo dirmelo: alcune futuribili ricostruzioni della realtà di domani si avvicinano molto di più agli appunti di Dick che ad una ideale realtà.

Al contrario, più o meno nella seconda parte del libro, si affrontano argomenti dell’attuale web 2.0 un po’ più succosi e la cui lettura è stata molto più stimolante. Big data, robotica, nanotecnologie e social network: questi argomenti sono stati di piacevolissima lettura e gli approfondimenti degli ospiti, in questo caso, attenti e preziosi; con enormi spunti di attenzione uno degli ultimi paragrafi del libro, quello sull’economia della reputazione. Ultime, ma non per importanza, le riflessioni sui rischi e sulle opportunità a cui si va incontro seguendo il percorso immaginato dall’autore e dai suoi ospiti, riflessioni sulle quali si può essere più o meno d’accordo: in via generica lo sono stato.

Tutto sommato un buon libro su internet e su cosa sta diventando e, come anticipato, ne consiglio la lettura. Con una letta veloce alla prima parte per i più web addicted e con un po’ di concentrazione in più, invece, per chiunque non si abbuffi quotidianamente di post tecnologici, ma lo consiglio.

Lo trovate su Amazon qui.

Function Scuola

Per il programma sulla scuola previsto da Renzi, tra le altre cose, si parla di coding:

Chiederemo alle famiglie e agli studenti – spiega Renzi – se condividono le nostre proposte sui temi oggetto di insegnamento, le materie, quelli che quando andavamo a scuola noi chiamavamo il programma: dalla storia dell’arte alla musica, dall’inglese al ‘coding’.
La Repubblica

Sto parlando di una nota e non di documenti ufficiali, ed in particolare sto citando variabili che dovranno essere prioritizzate da famiglie e studenti, esaminate da tecnici, esperti, politici, funzionari, burocrati e poi forse entreranno in un qualche programma scolastico: assolutamente niente di certo insomma. Ma iniziare a discutere dell’introduzione degli embrioni della programmazione sin dalle scuole più piccole è una bella notizia, godiamone.

Capire come è fatto un gioco, magari prima ancora di giocarci, come lo si pensa, come lo si progetta, come lo si costruisce, come lo si regola e come lo si programma è di gran lunga più educativo – e divertente! – che giocarci e basta.

Sollecitare l’interesse nel coding non è solamente un modo per indicare nuovi percorsi lavorativi per il futuro, è un metodo alternativo per stimolare l’ingegno e la curiosità dei bambini e prepararli ad impegnarsi nella sfida più grande che dovranno affrontare da adulti: innovare e migliorare il loro mondo.

Si fa già da qualche parte in USA, UK, Nuova Zelanda, Israle, Estonia, in alcune zone della Germania, Australia e Danimarca. Insomma non saremmo certo i primi. Ma, per questa volta almeno, forse nemmeno gli ultimi.

La proprietà del web

Il problema della fotografia rubata ad Oliviero Toscani da parte di un realtà locale di FdI ha curiosi ed interessanti risvolti dal punto di vista del copyright (la fotografia è stata usata senza averne i diritti), politici (la fotografia è stata usata per promuovere un messaggio che è l’opposto del significato che lo scatto rappresenta), umani (l’adozione per le coppie omosessuali meriterebbe un serio dibattito politico e sociale) e commerciali (il fotografo si è fatto un po’ di pubblicità ed il partito, scaricando il barile, tutto sommato pure). Non voglio discuterli perché sarei superfluo, la cosa che evidenzio è però la nota del responsabile della comunicazione di FdI:

[…] I ragazzi l’hanno usata perché non aveva il copyright indicato e pertanto considerata di pubblico dominio. […]

Nel comunicato è evidenziata una pratica molto comune online: tutto quello che trovo su internet è gratuito, soprattutto se l’autore è poco evidente. Internet è libero, il materiale è lì disponibile per essere usato, di conseguenza è di tutti, anche mio, e io lo uso senza verificarne la proprietà.

L’azienda che lancia una campagna con fotografie scaricate da Google Images, il quotidiano che riprende un video virale cancellando i riferimenti all’autore, il blog che copia il contenuto di un post omettendo di citarne la fonte: sono contenuti trovati online, senza un riferimento chiaro all’autore o poco importa, quindi di tutti e per tutti e perciò anche per me.

L’idea passata è quindi quella secondo la quale il web sia gratuito sempre e che ogni contenuto online per una qualche strana forma di diritto acquisito appartiene anche a noi, che così siamo liberi di usarlo.

I ragazzi che non hanno trovato il copyright indicato sulla fotografia dovevano capirlo da soli che, prima di usarla inchiodandoci sopra il logo del partito, avrebbero dovuto approfondire la ricerca (con strumenti di reverse image search ci vogliono meno di due secondi) per capire se avessero il diritto ad utilizzarla: non compiere questa operazione presuppone un’arroganza verso chi lavora ai contenuti e li pubblica online per promuovere o vendere il proprio lavoro. Commentare con un non ci hanno fatto caso presume una boria poco evidente a chi saluta a mani non basse.

Il web è di tutti, sia chiaro, ma i contenuti appartengono, salvo diverse indicazioni dei relativi proprietari, a chi li produce. È gratis, insomma, salvo l’obbligo morale di verificare sempre il contrario.

Di libri e di internet

La lettura mi accanisce. Per motivi legati al tempo libero non riesco a leggere con ritmi serratissimi ma mi riesce ancora, e per fortuna, di assumere la mia dose necessaria di testi mensili. Non sono però un interessato lettore di libri tecnici, di tutti quei libri cioè relativi al mondo nel quale lavoro e del quale vivo: internet, su tutti; leggo per lo più romanzi1 o saggi su altri temi.

Gli argomenti con cui mangio – molto volentieri, sia ben chiaro – li approfondisco su altri canali, blog principalmente: Feedly mi propone istante per istante una vastità di articoli che parsimoniosamente filtro e con avidità leggo later su Pocket. Di conseguenza, rispetto ai temi legati alla rete ed alla tecnologia, riuscirei con molta difficoltà a leggerne un libro proprio perché per interesse, ricerca e professione, ne ho già fin sopra i capelli2 e poi, soprattutto, perché il momento della lettura resta per me una piacevolissima distrazione.

Questo premessone solo per segnalare che ho deciso, mettendo a dura prova le mie abitudini, di leggere tre libri sull’argomento internet, tutti e tre recenti e tutti in qualche modo legati al mondo dei blog, libri che elenco in un non necessario ordine di lettura.

Non ho molto altro d’aggiungere non avendoli ancora letti, ma cercherò di riportarne brevi impressioni nei prossimi tempi.

Intanto buona lettura a me.


  1. e non posso non annotare l’amore sbocciato nell’ultimo periodo per le avventure del Commissario Ricciardi del bravissimo Maurizio De Giovanni

  2. ad averne. 

  3. in realtà è arrivata molto tardi e in quel periodo ero a Milano, dove ero stato io a raggiungere l’ADSL, ma giuro che è comunque tanto tempo fa. 

Classe italiana

Qualche giorno fa Google ha tirato fuori dal suo cappello a cilindro Classroom, uno strumento progettato per permettere ai docenti di mantenere organizzata la classe e migliorare la comunicazione con gli studenti.

Qualche anno fa invece, nell’ambito di un concorso sull’innovazione indetto dal MIUR, avevo ideato un progetto simile e lo avevo presentato, insieme ad altre persone, allo staff dell’allora Ministro Profumo.

Si può migliorare la scuola?

[…] Sì, incoraggiando lo scambio di informazioni e conoscenze, le relazioni immediate tra insegnanti, tra bambini pari classe, tra genitori, tra la scuola e la famiglia. […] Sì, aiutando la gestione ed il monitoraggio dell’apprendimento e dell’insegnamento. Sì, appassionando gli studenti e gli insegnanti attraverso strumenti e soluzioni innovative e funzionali. […]

Come? […] Favorendo gli insegnanti, nella gestione, nel monitoraggio, nell’analisi e nella valutazione dei propri studenti. Mettendo in relazione i genitori con gli insegnanti e permettendo loro di verificare obiettivi e percorsi formativi dei propri figli. Incoraggiando la socializzazione dei bambini facendo loro condividere pareri ed idee sulle lezioni con altri studenti di pari grado scolastico. […]

Non mi si stanno attorcigliando le budella per l’occasione persa, la mia delusione è già stata assorbita da tempo, ma mi fa rabbia che un Ministero della Repubblica che indice un concorso sull’innovazione non sia riuscito a recepire la portata di un’idea che poi, partita certamente da ragionamenti, esigenze e attitudini differenti, abbia ideato dopo un paio d’anni il colosso del web Google.

Per inciso: il progetto prevedeva, oltre al software per la gestione della classe, anche la pubblicazione gratuita dei testi scolastici online, in stile wiki, aggiornati ed ideati collettivamente e liberamente (per buona pace delle case editrici scolastiche) e la fornitura di tablet a scuole pilota per sperimentarne l’utilizzo per lo studio sui testi prodotti dalla collettività di insegnanti, ricercatori ed esperti.

L’infografica riassuntiva del progetto, conservata insieme alle specifiche ottimisticamente in qualche cassetto del Ministero, si trova qui.

L’Italia è un Paese (af)fondato sulla pazienza.

A parlar male

Una volta, leggendo uno che parlava di web, mi resi conto che parlare di web lo parlan tutti e che è assai difficile parlarlo come se si fosse i soli. E allora succede che può capitare che a parlar di web se ne parli male, scivolando sulle abitudini come ho fatto io, che si vede che a parlar di web non so farlo: il web saprò navigarlo e costruirlo, magari sì, ma non parlarlo.

Quando cercai l’ultimo album di quel gruppo lì su Deezer per approfittare del primo ascolto, incuriosito di far presto senza spender spiccioli, quando ho cercato l’album ho capito che la musica in streaming ha vinto e che quel che avevo scritto qui, tutto sommato, erano parole di un web parlato male, che non succederà più come è successo a me e che a me stesso nemmeno, figurati, c’è Deezer (o quel che è). Quindi niente, a parlar male forse è meglio parlar d’altro.

Promiscuity

Ieri Apple ha presentato le più recenti versioni dei suoi SO desktop e mobile. Non entro nel merito delle migliorie, delle meraviglie e del già visto, piuttosto riflettevo sulle impressionanti e preoccupanti integrazioni tra i prossimi due sistemi.

Praticamente, mai prima di ora, il Mac e l’iPhone sono stati pensati così a braccetto come un solo unico device: le notifiche, le sincronizzazioni, la continuità, le chiamate e gli SMS: tutto quanto disponibile sull’uno, con uno swipe o un paio di tap, è magicamente a disposizione anche dell’altro. Questo è stupendo per chi usa un iPhone. Fantastico! Ma se non uso uno smartphone prodotto da Apple e non ho nessun motivo per usarne uno, magari perché li considero così dannatamente obsoleti dal punto di vista delle software utilities, qual è la direzione che sta prendendo nei miei confronti il mio SO desktop preferito?

Da quanto è stato mostrato ieri è evidenziato un futuro dove l’integrazione tra i due sistemi è straordinaria, chiusa, angosciante e promiscua. Usare un SO presupporrà usare anche l’altro per riuscire ad utilizzarne il 100% delle funzionalità. Questa cosa, a me utente Mac1 da diversi anni ma appassionato utente Android, spazientisce. Sarò costretto a rinunciare all’uno o all’altro?

Non riconosco, al momento, la valida alternativa: di Windows non ne voglio nemmanco sapere; Linux, usato per svariati anni, non ha le stesse comodità – shell a parte – che ho su Mac: mancano, non per demerito di Canonical2, applicazioni, utilità e una miriade di vantaggi software sviluppati da un’insieme così variopinto e creativo di utenti ed aziende che coltivarlo in ambiente Linux ci vorrebbero lustri; Chromebook? Ok Google, lascia perdere per ora.

E allora? E allora sarò costretto a tenermi un Mac con un Sistema Operativo gagliardo ma monco3 perché Tim Cook ha deciso che così dovrà essere. Sia fatta la sua volontà.

Almeno finché la concorrenza ne farà valere la pena.


  1. uso il Mac principalmente per lavoro: ci sono software e utilities comode e magnifiche non riesco a trovare su altri SO. 
  2. prendo a riferimento Ubuntu, ma il discorso vale anche per altre aziende o community: Linux è ancora troppo nerd addicted, manca la varietà di utenza e sviluppatori per far saltar fuori cose utili e belle. 
  3. tempo 30 giorni dal rilascio di Yosemite e le stesse feature saranno a disposizione, tramite terze parti, anche per Android. Si accettano scommesse. 

Hit

A pochi giorni di distanza, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sono stati pubblicati i nuovi album di Zen Circus, Brunori SAS e Dente, musicisti che – ognuno a proprio modo – apprezzo assai (diciamo pure che sono settimane di vera goduria auricolare).

Non è mia intenzione elaborare la recensione dei dischi che ho ascoltato, non sono indottrinato al punto da saperne scrivere, ma in quanto appassionato ho raccolto con gli anni centinaia di CD, di artisti famosi o meno, che a turno scandiscono il passaggio delle mie ore di lavoro al Mac.

Ogni CD, con una pazienza che considerarla santa è banale, è stato convertito in MP3 e stipato sull’hard disk del computer di turno. Ne ho fatto copie su CD prima, su DVD poi, su HD esterni successivamente. Il mio grande cruccio è sempre stato quello di perdere tutto il mio “tesoro”: un guasto all’hard disk e adieu files. Rimettere mano al software di rippaggio mi sarebbe costato ore, ore che probabilmente non avrei più avuto a disposizione. La mia croce: come proteggere da perdite accidentali tutta la mia musica digitale.

Da un paio d’anni si è diffuso Spotify anche in Italia, il servizio per ascoltare in streaming, gratis con inserti pubblicitari o a pagamento senza pubblicità e a qualità maggiore, più o meno tutta la musica vendibile. Di servizi simili ne esistono diversi e non li elenco, ma più o meno tutti – a più o meno lo stesso prezzo – offrono il medesimo favore. Facendo un abbonamento – senza bisognerebbe sorbirsi la pubblicità – parte del problema potrebbe essere quindi risolto: la musica, (quasi) tutta la musica che mi sono dannato a rendere file, sarebbe disponibile online e godibile da uno qualsiasi dei miei dispositivi ad un costo di circa 120 € l’anno. È un prezzo che vale la pena pagare per non correre il rischio di perdere i propri file e – bisogno nato appresso al primo – per ascoltare la musica da tutti i propri devices?

È una risposta che non mi sento di dare, credo sia terribilmente personale: dipende da quanti soldi spendi annualmente per la musica, da quanto ci tieni a conservare anche un formato fisico oltre ai file, dalla qualità con la quale vuoi ascoltare musica, dal numero di dispositivi in tuo possesso e da tante, troppe variabili che non si possono sintetizzare con un cenno di testa. È un’alternativa che va valutata personalmente, poi tenuta o scartata.

Io ho quindi deciso di tenermi l’assillo1 e di tentare una migliore alternativa valida.

Google, con il suo Google Music, ha messo in moto un servizio che fa all’incirca le stesse cose di Spotify ma con una più ridotta scelta musicale e senza il vantaggio dell’ascolto aggratis, al momento. Ma ha una feature che lo rende prezioso: permette di caricare online fino ad un massimo di 20.000 brani della propria libreria musicale, ascoltarli da qualsiasi dispositivo e scaricarli nuovamente qualcora ce ne fosse necessità. Eureka!

È passato oltre un anno da quando ho smesso di archiviare scrupolosamente file su DVD o sugli HD esterni e sono passato a Google Music: ora posso continuare a comprare CD senza comprare MP32 e finalmente non corro alcun rischio di perdere il mio capitale. Credo al momento non esista metodo gratuito migliore.

E ora, scusami, ma torno a ringalluzzirmi con le cuffie.


  1. Questo non significa affatto che non ascolti anche Spotify, anzi: mi capita parecchio con gli album appena usciti o con artisti dei quali sono curioso. 
  2. Non mi piace comprare MP3, sono un geek all’antica: preferisco spendere denaro per l’album fisico