Stupida

Secondo la proposta di legge, i gestori di siti dei mezzi d’informazione, i blogger, i quotidiani e i social network, saranno obbligati a censurare gli insulti riferiti alla “condizione sociale e personale” della vittima, vale a dire tutto quanto la persona destinataria considera offensivo da un punto di vista personale. La sanzione per chi non prende misure adeguate a eliminare l’insulto è una multa di centomila euro. Non è possibile difendersi invocando la veridicità dell’insulto: si giudica se ci sia stato l’insulto, non la sua mendacità. […] Questo significa che la legge colpirà soprattutto le affermazioni su interessi politici e locali, dando ai ricchi e potenti, ai criminali e ai corrotti, il potere incontrollato di rimuovere i materiali che li offendono, indipendentemente dal fatto che contenga affermazioni vere o false.

Per proteggersi dal ciberbullismo e dalla pubblicazione di pornografia senza consenso, il Governo sta per approvare la «più stupida legge sulla censura in Europa» secondo Boing Boing (e secondo me pure, per quel che può valere). Federico Ferrone traduce Cory Doctorow su Internazionale.

La chiosa dagli USA:

Negli anni di Berlusconi l’Italia si è guadagnata la fama di luogo politicamente nel caos. Speravamo che l’epoca successiva fosse migliore. Ma prendendo in seria considerazione idee così dannose, la camera dei deputati continua a fare della politica italiana una barzelletta.

I siti web che non «servono» il web

Siamo abituati a sentirci dire che il sito è una vetrina online, un riferimento web per proporre la propria azienda, esporre le soluzioni che adotta e racimolare contatti. Più o meno complessi rispetto a questa definizione, buona parte dei siti delle aziende italiane è realizzato utilizzando questo comune paradigma: pagina descrittiva dei tenutari, pagina con la descrizione dei servizi offerti o dei prodotti realizzati, pagina con le informazioni di contatto. Inutile per i potenziali clienti, nocivo per la reputazione dei proprietari, inadatto all’epoca in cui viviamo.

I siti web non servono a niente, un mio contributo sullo stato medio dei siti web delle PMI italiane, pubblicata sul blog di Crearts, Simplify Experience.

La postazione dopo lo switch

Questione di hardware. È così che mi sentirei di titolare il prosieguo del racconto del mio switch da Apple Mac OS X a Microsoft Windows 10. Con il Dell XPS 13 mi ci sono trovato bene, ma mi ero imbattuto in qualche problemino alla tastiera che la rendeva inusabile. Con il Surface Pro 4 di Microsoft, meno carino e potente ma con una pletora di funzionalità in più, mi sto invece trovando fantasticamente. Questione di hardware: è per avere la possibilità di poter scegliere il mio hardware che ho deciso di abbandonare Apple, una decisione che mi sta dando soddisfazione.

Il Surface Pro 4 è un notebook che eleva al massimo il termine “portatile”: ha uno schermo touch, una stylus comoda e poliedrica, una tastiera confortevole separabile che lo rende un tablet, un trackpad grande e resistente, un display con una risoluzione eccellente, il peso di una piuma ed una serie di software ad-hoc utili e funzionali agli accessori disponibili; le poche porte, che rendono necessario un dock aggiuntivo per incrementare gli ingressi, è l’unico difetto che gli ho trovato sin ora.

La mia postazione adesso comprende:

Questione di hardware: al confronto un Macbook Air mi sembra un mattone. Ma anche quetione di SO: Windows 10 si sta rilevando sempre più un ottimo sistema; in oramai un mese di utilizzo, sono molto poche le funzionalità di Mac OS X di cui sento ancora un po’ di mancanza.

Welcome Microsoft Windows 10

Una settimana. Non di più. Una settimana per convincermi che sì, ho fatto una scelta corretta. Una settimana per scoprire Windows 10, un buon sistema operativo. Sette giorni per imparare ad apprezzare l’XPS 13 di Dell, un ottimo notebook. Non è un ecosistema perfetto, non è esente da fastidi, ma è comunque una combinazione felice che mi ha permesso, nell’ultimo periodo, di non sentire (quasi) mai la mancanza del mio vecchio MacBook Air. E quindi niente, posso definire lo switch come completato.

Mi rendo conto che usando tanto Google Chrome e tante applicazioni che sono comunque multipiattaforma, la crisi non l’ho vissuta. Certo, mi sono dovuto abituare a menu differenti, impostazioni un po’ più confuse, ai driver (!!) e alle disinstallazioni, ma c’ho guadagnato in comodità di utilizzo. Windows 10 è un OS completo e ben costruito. Il nuovo menu Start è di una lussuria che ignoravo e la gestione delle finestre, rubata da Linux prima e – paradossalmente – da OS X poi, è migliorata e molto funzionale.

Dal punto di vista hardware, invece, il Dell XPS 13 è un notebook portentoso. La risoluzione è magnifica e sembra di lavorare con un dispositivo da molti più pollici; la velocità è folle; il touch inutile; la qualità generale ottima. La tastiera, però, è tutt’altro che perfetta. Un po’ di remore sono legate soprattutto a quest’ultimo aspetto: proverò nuovi hardware.

Windows 10 quindi è il sistema operativo col quale ho deciso di lavorare nei mesi a venire. Relativamente all’hardware ho invece scelto di testare ancora per cercare una soluzione più comoda e consona alle mie aspettative. Ma della mela morsicata, al momento, sento di non avere più bisogno.

Ciao Apple. Ciao.

Addio Mac, o forse ciao

Uso computer Apple dal 2008. Mi ero appena laureato, presi un Macbook bianco. Poi ho avuto un paio di iMac, un Macbook Pro, tre Macbook Air, almeno 3 iPhone e qualche iPad. Conosco l’ecosistema OS X (macOS, dice adesso) in maniera molto approfondita. Uso su Mac applicazioni di terze parti che come interfaccia, usabilità e design non sono seconde a nessuna. La mia produttività è a livelli vertiginosi e tra tool, scorciatoie da tastiera e snippets lavoro velocemente integrando agilmente le varie app. Poi ho deciso di acquistare un PC.

La scelta è ponderata, mica è follia. Non nascondo che possa apparire poco poco un capriccio. Non lo è.

Già in passato mi sono trovato a riflettere sulle scelte tapine di Apple, sulla convergenza del sistema desktop verso quello mobile, sul design scialbo delle nuove icone, sugli OS alternativi, sulle applicazioni di sistema di cui realmente faccio uso. Negli ultimi periodi, anche a seguito dell’ennesima messa laica di San Francisco, l’insofferenza è diventata troppa. Nessuna innovazione meritevole di nota, applausi scroscianti per annunci insipidi, sempre più iOS e macOS in comunione (sono utente Android), sempre meno idee, molto meno hardware che ne valga la pena.

E quindi ho voluto provare. Ho acquistato un Dell XPS 13 del 2016 con Windows 10. L’intento è quello di testarlo per una settimana o due, per poi decidere se tenermi il notevole e potente notebook ed eseguire il definitvo switch da Mac a Windows o restarmene scomodo ma al sicuro con un Macbook Pro Retina.

L’acquolina è provare Windows 10, consapevole che l’ultima versione di Windows che ho usato risale agli inizi del secolo (per molti anni ho usato solo Linux). La promessa è quella di fare a meno, definitivamente, della mela morsicata da qualcun altro e godermi un po’ di frutta di stagione: un po’ più brutta, a volte un po’ buggata, meno luccicosa, ma con più assortimento.

Proverò senza pretese a farvelo sapere.

Per lavorare come programmatore non serve avere una laurea, però…

Quasi la metà di oltre 26 mila sviluppatori che hanno risposto ad un sondaggio su Stack Overflow lavorano senza avere una laurea in Informatica. Quindi, se la tua domanda dovesse essere «Posso diventare sviluppatore senza studiare all’università?» la risposta pare essere «Sì».

Io mi sono laureato nel 2008, con molto ritardo tra l’altro, ma avrei mollato decisamente prima: già lavoravo come sviluppatore web e avevo deciso il mio percorso da intraprendere. Quel giorno di marzo, dopo aver discusso la tesi e stappato una bottiglia di spumante, dovetti correre a casa che avevo una deadline da rispettare. Ero convinto che si poteva lavorare, in questo settore, anche senza una laurea. Lo sono ancora.

Credo, al netto di un’esperienza che dura oramai da oltre dieci anni, di poter aggiungere alla risposta secca di cui sopra due appunti.

Anzitutto direi che parecchie aziende, anche importanti, non fanno colloqui a chi non si presenta con un grado di studi adeguato (a meno di trovarsi davanti al genio), rischieresti quindi di rimanere fuori da certe candidature e non raggiungere mai determinati ruoli.

Ancor più importante: senza una passione per le scienze informatiche che rasenta l’ossessione, senza i polpastrelli lisciati da nottate a scrivere codice e senza fare opportune esperienze con manager o aziende stimolanti, sarai un programmatore eccellente, probabilmente, ma rischierai di non diventare mai uno sviluppatore senior.

Internet come il festival di Sanremo

Internet aveva promesso di trasformarci da spettatori passivi a utenti attivi. Oggi i più popolari servizi di Internet, in particolare i social network, ci stanno invece riprogrammando in una nuova versione – sotto molti aspetti, inconsapevole – di utenti passivi. Clamorosamente passivi.

Luca Castelli scrive un lungo e interessante articolo sulla capacità degli algoritmi di alterare a proprio piacimento la nostra capacità di interpretare la realtà, un po’ quello di cui si era già parlato qui. Mi è piaciuto molto, a valore aggiunto, il parallelo con la televisione e la passività che internet si prometteva, in qualche modo, di superare e che invece Facebook, Google e soci hanno riproposto riqualificandoci spettatori.

Con l’infinite scroll non serve addirittura più sforzarsi per cambiare canale: viviamo la nostra attenzione digitale come davanti ad un interminabile festival di Sanremo.

Un senior developer non è solo uno sviluppatore

Per me quello che definisce uno sviluppatore senior è una persona con esperienza non solo sul lato tecnico, ma anche con la capacità di gestire un ambiente in team. Uno sviluppatore senior è qualcuno che capisce le dinamiche di un team e rispetta le altre discipline necessarie a portare a termine un software grandioso.

Questo è più o meno quello che ha detto George Hilak di Duffy in proposito della definizione di senior developer. Mi ci trovo totalmente d’accordo, soprattutto tenendo presente la frustrazione di molti sviluppatori junior (secondo la convenzione appena adottata) che si sentono bastonati alle ginocchia nonappena si confrontano le competenze tra i due livelli. Credo sia il giusto pensiero per metterci un punto.

Gli algoritmi non sono curiosi

Mark Zuckerberg non deciderà di farci arrivare solo l’informazione che fa comodo a Facebook, e Larry Page di Google non deciderà per chi dobbiamo votare, ma c’è il rischio che questi colossi, essendo aziende private, finiscano nelle mani sbagliate, causando danni incalcolabili prima che qualcuno si renda conto di quello che sta succedendo (soprattutto se consideriamo la quantità esorbitante di dati personali che queste aziende posseggono di ciascuno di noi).

Su Rivista Studio un articolo molto interessante di Signorelli mette in evidenza l’attitudine delle grosse internet company a mostrarci contenuti sulla base della nostra esperienza precedente – Google con le ricerche, Facebook con gli status, Amazon con i libri, Netflix con i film e così via – in complicità con algoritmi sviluppati per costruire un recinto dentro il quale non entrerà mai ciò che è stato ritenuto estraneo ai nostri interessi, costruendo intorno a noi un mondo perfetto che non ci permetterà di scoprire ed interagire con ciò che “diverso”.

Peggio ancora, le stesse potrebbero deviare le nostre esperienze propinandoci informazioni politiche o commerciali e modificando così la nostra percezione della realtà. Non lo fanno, ma potrebbero.

Contrastare tutto ciò? Non so se sia possibile. Anche nella vita reale frequentiamo persone che ci piacciono, andiamo ai concerti che preferiamo e mangiamo soprattutto cibi di cui conosciamo ed apprezziamo il sapore.

Gli algoritmi simulano i nostri approcci alla vita ma hanno un grosso limite: non possono essere curiosi. Noi sì.

Tante internet diverse e chiuse

Tim Berners-Lee, che 25 anni fa ha posto le basi del World Wide Web e di quello che oggi chiamiamo internet, era a Milano negli scorsi giorni. Luca Sofri lo ha incontrato e alla domanda sul come sarebbe stato il web se non l’avesse “inventato”, se insomma secondi lui useremmo la rete internet allo stesso modo in cui siamo abituati oggi, Berners-Lee dice che non lo sa, ma1

[…] la gestione e i funzionamenti di internet non sarebbero stati organizzati in un sistema universale, e universalmente libero, accessibile e condiviso, ma che singole aziende e istituzioni – come provò a fare AOL – avrebbero costruito sistemi e organizzazioni dell’uso di internet propri e diversi, con differenti sistemi di accesso, linguaggi, offerte: “walled gardens”, molto legati alle nazioni in cui avrebbero operato, nazioni che sarebbero state responsabili e intermediarie di tutti i coordinamenti e relazioni globali tra le diverse reti.


  1. la citazione è di Sofri