Se non ti piace cambia

Se avessi un negozio di abbigliamento e venissi a comprare una camicia dal sottoscritto io, stanne certo, proverei a venderti anche un pantalone, una giacca, delle scarpe e qualche gadget, che trovi tanto chic. Ti proporrei i prodotti ai prezzi migliori ma darei priorità a quelli dove il mio margine di guadagno sarebbe maggiore. E se imparassi i tuoi gusti, inutile a dirlo, riuscirei a combinare i nostri interessi e a venderti ciò che ti piace, al prezzo che desideri e col margine che mi farebbe incassare di più. È business, mica beneficenza.

Se tu mi trovassi invadente, indiscreto o intollerabile non verresti più a spendere dal sottoscritto, e la storia finirebbe qui. Andresti altrove o torneresti da me solo per le camicie – non c’è dubbio che sono le migliori. Visiteresti il mio concorrente, compreresti da lui, che usi o meno i miei stessi metodi di, chiamamolo così, marketing. Puoi scegliere, man. Libero è il mercato, libera è la concorrenza. Vince il migliore. E io lo sarei, potresti giurarci.

Ed è per questo che considero la presa di posizione dell’Unione Europea contro Google di una stupidità impareggiabile.

Se non hai tempo per leggere è perché non vuoi leggere

Per immergersi a fondo nella lettura non occorre solo tempo, ma un tipo speciale di tempo che non si ottiene semplicemente diventando più efficienti.

Anzi, “diventare più efficienti” fa parte del problema. Pensare al tempo come a una risorsa da massimizzare significa concepirla in modo strumentale, cioè giudicare che un momento è speso bene solo se ci fa avanzare verso un dato obiettivo. Invece immergersi nella lettura dipende proprio dalla disponibilità a rischiare l’inefficienza, la mancanza di obiettivi e persino lo spreco di tempo.

Oliver Burkeman, tradotto di su Internazionale, traccia una condivisibile analisi sullo stato di chi, per un motivo o per un altro, non legge ed usa a propria personale discolpa il tempo che (non) ha a disposizione. Psicologia, tecnologia, tempi che cambiano, input che aumentano e organizzazione che latita: appigli alla demotivazione di chi non legge, non trova il tempo per farlo né magari dispone delle giuste motivazioni.

Non sono un divoratore di libri ma il Kindle resta il mio dispositivo di compagnia preferito. Riesco a leggere solo una trentina di libri l’anno, non di più, senza avere come obiettivo efficienza, livelli da raggiungere o badge da appendere al petto: lo faccio per piacere.

Di conseguenza resto convinto di un’unica teoria: se non hai tempo per leggere è solo perché in realtà non vuoi leggere.

La legge del foglio bianco

Ho un’abitudine che non è cambiata né col passare del tempo né al variare dei sistemi operativi e dei dispositivi che ho usato: quando scrivo un testo (una mail, un manuale utente, un preventivo, un form sul web, una specifica di progetto, questo post, …), lo faccio scrivendo sul foglio bianco di una pagina vuota di un semplice text editor1: successivamente, solo quando l’ho terminato, lo taglio e lo incollo dove è destinato (il client mail, il documento di testo, il browser o quel che è).

Scrivere su una pagina bianca, sempre uguale, sempre con la medesima formattazione, mi rende più comoda la concentrazione sul contenuto e più produttiva la scrittura: senza dover badare ai font, al formato, ai colori e soprattutto ai fronzoli delle finestre dei vari software, mi riesce di prestare attenzione unicamente al contenuto, amplificando la concentrazione e – ma su questo nutro ancora dubbi – la qualità.

I software che uso, per adesso2:


  1. usando il markdown, ovviamente. 

  2. fino a qualche giorno fa su Android usavo Draft

Essere coraggiosi

In USA ci sono circa 100 leggi statali che potrebbero legalizzare discriminazioni razziali, religiose e sessuali1 in nome di una non meglio definita libertà religiosa. Tim Cook ha scritto una lettera al Washington Post — strizzando l’occhio al marketing — per schierarsi contro l’approvazione di queste leggi.

[…] Il nostro messaggio, per tutti nel nostro paese e nel mondo, è questo: Apple è aperta. Aperta a tutti, a prescindere dal posto da cui vengono, da come appaiono, dal dio in cui credono e da chi amano. A prescindere da quello che la legge possa permettere in Indiana or Arkansas, noi non tollereremo mai le discriminazioni.

[…] Non è una questione politica. Non è una questione religiosa. È una questione che riguarda il trattarci l’un l’altro da esseri umani. Opporsi alle discriminazioni richiede coraggio. Dato che sono in gioco le vite e la dignità di moltissime persone, è tempo per tutti noi di essere coraggiosi.

Bene o male abbia fatto al business della propria azienda2, gli va riconosciuto grande rispetto.


  1. in Italia le subiamo da anni con il nome di libertà di coscienza

  2. credo sia superfluo sottolineare la mia posizione. 

Nota per chi decide di acquistare un nuovo smartphone Android

Il nuovo Samsung Galaxy S6 viene venduto — in USA, almeno — con 56 applicazione preinstallate. Il Galaxy Note 4 ne aveva 50, mentre il Motorola Moto G (Android quasi pure Google) 33, i Nexus meno.

Rispetto a ciò che diceva il produttore, queste applicazioni1 non si possono rimuovere, solo disattivare. Per inciso: buona parte di queste non vi serviranno.

Distratti consapevoli

Lo scorso sabato ho avuto il piacere di partecipare ad un incontro sulla Terra dei Fuochi1. Durante la serata è stato proiettato il film breve Svanire degli amici della Blow Up Film. Già lo conoscevo, l’avrò visto almeno dieci volte, mi sono perciò incuriosito a guardarmi intorno.

Nella sala c’erano un centinaio di presenti e durante tutto il film, pressapoco venti minuti, almeno la metà ha tirato fuori dalla tasca o dalla borsa il proprio smartphone e lo ha fatto illuminare al buio, più volte, per controllarne l’ora, le notifiche o per placare la propria dipendenza da Facebook.

Per l’ansia di connettività o per un riflesso condizionato oramai diffuso quelle persone hanno scelto consapevolmente di distrarsi, di assentarsi, di perdersi quel momento. Per sempre.

Spiace per loro. È un gran bel film.


  1. la voce su Wikipedia ne ufficializza finalmente il dramma? 

La vista sugli ebook

La vista da qui di Massimo Mantellini è un libro bello. Dietro la parola bello, lo capisco, può esserci tutto. Robe banali e robe serissime. Ma questo è davvero un libro bello sul copyright, sulla privacy, sulla politica, sull’economia, sui social network e sui minori, sull’innovazione e sui libri: su Internet (con la i maiuscola).

Non lo recensisco ma cito questa cosa qui sui libri cartecei e sugli ebook, cosa che Mantellini l’ha scritta uguale a come l’avrei scritta io se avessi saputo scriverla.

Come molti asini ho iniziato a leggere Dostoevskji da adulto e in questo periodo sono alle prese con L’idiota. Leggo lentamente, a cavallo tra l’Italia e l’Inghilterra, in un’edizione cartacea che ho trovato a casa a Forlì, sull’ebook reader quando sono a Londra, sul telefono nel tempo passato in metropolitana. E devo dire che mi piace così. Se qualcuno mi fermasse per strada per chiedermi se preferisco il profumo della carta o la comodità del formato elettronico, io oggi direi, molto semplicemente, che sono affezionato a entrambi. O a nessuno dei due. Per la verità, pensandoci meglio, forse risponderei che mi piace Dostoevskji.

Oggi non posso lavorare con Linux

Mi trovo a riflettere, nell’ultimo periodo, dopo le disgraziate scelte di Apple sulle derive dorate del proprio hardware, se continuare ad usare il Mac – e quindi OS X – o tornare a Linux. Il cuore ed il cervello – entrambi fin troppo nerd – mi suggeriscono la seconda soluzione; la produttività – che rischierebbe un brusco calo nel breve periodo altrimenti – mi obbliga a restare con i piedi dove sono ora, in un Macbook Air del 2012 con OS X Yosemite.

I portatili presentati durante l’ultimo keynote sono solamente l’estremo più alto di una pila di preoccupazioni legate al futuro dell’OS Apple, passato dalla mortificazione grafica col flat-scialbo di Sir Ive, restrizioni software, funzionalità banalizzate iOS like e le costrizioni di condivisione con i soli terminali mobili Apple. Cosa succederà domani? Cosa sceglierà di fare Apple col mio sistema operativo preferito? O meglio, cosa deciderà di fare Apple obbligandomi ad accettare la propria decisione? Varrà la pena continuare ad investirci tempo e soldi?

E, soprattutto, qual è l’alternativa? Come dicevo, Linux1. Ma quale distribuzione? Ubuntu, of course. Sicuramente quella più facilmente configurabile. Ma quale derivata? Elementary OS o Ubuntu Gnome, tra le mie preferite. Forse la prima, più comoda nell’utilizzo per il sottoscritto, oramai abituato alla dock ed agli ammennicoli stilosi di OS X. Ma con quale hardware? Pensavo ad un PC Lenovo o Dell, magari proprio il nuovo Dell XPS 13, piccolo, potente, con molti più buchi dei nuovi Macbook, bello e caro. Ma con quale assistenza? Se ci installo una distro Linux perderò la garanzia, essendo il PC venduto con il sistema di Microsoft, e col notebook ci lavoro: non posso correre il rischio di ritrovarmi senza garanzia. Quindi?

E quindi niente. Continuo ad essere costretto al Mac confermandomi che, per lavorare con un sistema all’altezza della produttività, non c’è ancora un’alternativa valida ad Apple – al momento – per la combinazione hardware, software, assistenza e design2. Ed è un gran peccato.


  1. alternativa valutabile perché senza particolari esigenze software: se facessi grafica dovrei tacere. 

  2. sottolineo: hardware – software – assistenza – design.